L’Autore, proveniente da una grande famiglia di artisti,  a 22 anni si reca in Inghilterra  per mezzo di una borsa di studio e si diploma in studi Inglesi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia svolge mansioni tecniche di rilevante importanza;  passa poi alla Formazione del Personale e alle Relazioni Industriali di una grande azienda milanese, continua i propri studi e l’attività letteraria, gestisce inoltre uno studio professionale privato. Pubblica  il primo romanzo " Gli Amori Verdi " ( premiato a Milano ) e successivamente a Roma la prima silloge " Il Sogno d'alabastro ".  A cinquant'anni, abbandona anzitempo posizione sociale, carriera, amicizie e  si trasferisce in territorio di Ostuni. Isolato per oltre vent'anni in un territorio magico, pregno di storia antica giunta integra dalle pieghe del passato, scrive alcuni romanzi e numerose sillogi poetiche  che stanno regolarmente vedendo la luce.

Nell' incognito totale fortemente voluto, affina sempre più la qualità e la forza incontenibile di un linguaggio essenziale, ma straniante  dotandolo di "… tensione emotiva affabulante di notevole spessore, di una potenza inusitata atta a rappresentare, incidere nel profondo con notevole sarcasmo e forza evocatrice, suoni e ritmi inconsueti, scenari ricreati con stupefacente lucidità visionaria ", arricchiti di "… un intreccio di simboli, di situazioni e dimensioni oniriche, di pensiero e di incubo, di vertigine e pathos, una quantità indicibile di emozioni forti. Il portato squisitamente poetico poggia su un'architettura solenne di raffinate allitterazioni… a tratti si avvale di improvvise comparse, di maschere fredde ferocemente consapevoli del proprio effetto straniante… i fantasmi, i burattini, i pupazzi assurti al rango di totem transitori di una o più vite passate, di guerre eterne, pronte a riesplodere…"

Guerrieri di ferro, burattini anchilosati, statue mozze, destrieri scossi dopo battaglie senza fine, sbucano dalla nebbia del tempo e si affollano con i fantasmi del passato ai confini di un trullo, perso negli anfratti di un territorio speciale, pervaso dal grido d'avvertimento di consapevoli civette, gufi rintronati o il canto di uccelli misteriosi, chiamati dagli anziani " Cantarieddi della morte ".

Con il ritorno alla vita "civile" pubblica  "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la Trilogia della Pietra (La Città Bianca, Mediterranea e Metropolis) tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo " Un Uomo di successo " ( per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante ). Ferrante prosegue  nella revisione di quanto realizzato in un eterno punto di transito e rifugio, testimone di magici incontri e terrificanti battaglie,  immerso nella sua storia millenaria,  imbevuto di cultura proveniente dall'intero Mediterraneo e pubblica in questi ultimi due anni  la Trilogia del magico (Vento del Nord, Il Cerchio Magico premiato nel 2014 a Lecce e Notte a teatro). 

Della   Trilogia del Sogno, nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge " I Cavalieri di Groen " .

In Aprile 2016, sempre per per GOLDEN PRESS,  " La Soglia ".

Nel mese di Ottobre 2016 esce il terzo romanzo " Quaranta notti ", AFFIDATO PER LA STAMPA  A  EUROPA EDIZIONI.

Nel mese di Febbraio 2017 ultimata la revisione di un saggio-racconto dal titolo " Una notte di Pizzica ", CRONACHE ROSA DA UN PAESE SENZA NOME...

Nel 2018 esce direttamente su Amazon la seconda edizione di " Quaranta Notti ", romanzo.

Nel 2018 esce direttamente su Amazon la seconda edizione di " Notti di Pizzica ".

Nel 2019 esce direttamente su Amazon " Divina Scintilla ".

Nel 2020 esce direttamente su Amazon " Il regno dei sette laghi ", romanzo.

 

 

 

 

CRONOLOGIA DELLE PUBBLICAZIONI REALIZZATE

 

In particolare e secondo un preciso ordine cronologico, all'inizio della sua attività letteraria pubblica a Milano (Editrice Letteraria Arpa) il primo romanzo "Gli amori verdi" ottenendo notevoli apprezzamenti da parte della critica.

Il romanzo "Gli amori verdi" rappresenta in quel periodo un punto di arrivo nella preparazione specifica letteraria dell'Autore, nella rappresentazione della società, nella qualità della tecnica descrittiva.

L’Editore infatti inizia con queste parole

“Chi apre questo libro non pensi di trovarsi di fronte, come il titolo lascia supporre, ad un romanzo d’amore o ad un racconto tradizionale di piacevole lettura. Si tratta al contrario di un lavoro di notevole impegno, estremamente profondo e complesso, che va affrontato con particolare attenzione e tenendo conto di alcuni importanti fattori.

In primo luogo la prosa è un eccezionale esempio di stile contemporaneo "ermetico", dove la sintassi è sciolta dai consueti nessi grammaticali e la connessione logica del discorso è libera e spontanea, cioè quale sgorga direttamente dall’Io dell’Autore, senza aderire ai canoni tradizionali del pensiero.

La parola risulta inoltre dissolta dal suo significato tipicamente semantico per assumere un valore impressionistico, atto cioè più che a dire, a destare immagini, a suscitare sensazioni, a suggerire visioni e rapporti espressivi prima sconosciuti. 

L’Autore, dotato di notevole padronanza linguistica e letteraria, tanto da realizzare una prosa eccezionalmente valida ed interessante, risulta del tutto avvincente per la sua fortissima realizzazione formale; in alcune pagine la descrizione di una situazione è resa con intensità a vigore attraverso l’uso di espressioni spezzate, divergenti, diversamente angolate e particolarmente vivide e forti.

In altre pagine, è da notare l’originalità della tecnica descrittiva che potrebbe essere paragonata a quella di un regista cinematografico: prima l’obiettivo inquadra una scena nel suo insieme, poi esso si focalizza improvvisamente sul particolare con l’uso dello “zoom” che pone in risalto l’oggetto dell’attenzione; così l’Autore si avvicina tanto nella descrizione da ingigantire gli aspetti consueti fino a renderli impressionanti e mostruosi in quanto macroscopicamente inquadrati. In questo modo il Ferrante giunge a focalizzare le cose…, usando un metodo analitico che a volte si avvicina ad una vera e propria vivisezione… oltre ad ironia impressionante e di notevole presa…”

 L’Autore pubblica a Roma (Editore Vincenzo Lo Faro), nella collana “Premio", una raccolta di poesie dal titolo "Il sogno d’alabastro" dove le personali conoscenze delle arti figurative vengono trasposte in versi brevi e concisi, procedendo poi in costruzioni più complesse, sempre avulse da influenze esterne. 

Infatti, per l’Editore, "Il sogno d’alabastro" appare immediatamente ricco di estri e di invenzioni. Il libro si compone di tre parti, tutte ben saldate e collegate da una sottile membrana lirica che sta a significare come i temi degli incontri, della realtà, degli uomini e delle sue ripercussioni si avvicendano e si filtrano nel giuoco di un dettato poetico allargato,  consumato al massimo alla ricerca stilistica ad effetto, al verso risucchiato con implicazioni ermetiche.

…Problemi esistenziali che il Ferrante cataloga, li osserva e, come preso da un forte stupore-amore li rende scarni, sa trarre l’essenziale dal cascame; da questa poesia quasi ossificata, interamente trasparente egli ne sublima il corso e detta gli avvertimenti… Ma tutto il bisogno salvifico dell’uomo non può riparare alla propria fragilità, all’incostanza; su questa irrinunciabile verità ha forgiato la propria vita…Una prova positiva…piena e vitale come quel Scriba che - ha lasciato il registro aperto - per nuovi appunti e annotazioni.”

 La decisione finale di ritirarsi dalla vita attiva per dedicarsi ai propri studi ha portato l’Autore in un’oasi tranquilla, al centro del Parco degli Ulivi Secolari di Puglia in territorio di Ostuni, dove ha potuto revisionare i lavori poetici.  

 

La raccolta di poesie successiva “ Una pallida notte “  viene pubblicata nel 2010 dal Gruppo Albatros ( Viterbo ).

L’Editore presenta “ Una pallida notte “ come… l’inizio di un più ampio progetto di ricerca continua e di raffigurazione in alcuni casi onirici della realtà. Interessante è la lirica che fa da premessa alla raccolta: Gianmaria Ferrante, con un tono ironico ma allo stesso tempo altisonante, mette in guardia il lettore sull’opera che si accinge a leggere...

....Sul piano tematico tutte le liriche di Una pallida notte hanno dei temi che spesso l’Autore ripropone. Un primo elemento è quello del “grido”, che emerge da uno scenario immerso nel buio e nel silenzio…All’immagine di paesaggi sospesi in una temporalità indefinita, si accompagna spesso la presenza di un falco, che sorvola i luoghi e gli scenari scarsamente popolati…

  La città ritorna con contorni più netti e definiti nel momento in cui si parla del Duomo, che diventa sfondo per immagini crude e dai toni drammatici: il gemito soffocato proveniente da un “fagotto spento sotto i portici”, i ricordi che affiorano prepotenti nel presente e l’immagine di un uomo che decide di suicidarsi. Gianmaria Ferrante dipinge quest’ultima vicenda con un linguaggio dai toni forti, che rende di grande impatto la visione…Ai personaggi che vivono ai margini della società, o meglio della città, si affiancano poi gli eroi, uomini che sembrano avere le fattezze consumate dal tempo, provenire da un’altra epoca…

Sul piano linguistico la silloge presenta un linguaggio molto ricercato e accuratamente selezionato…Evidente è il richiamo alla lirica dei grandi poeti italiani e stranieri, dall’ermetismo a Ezra Pound. I riferimenti anche ad una corrente poetica più classica, come si è visto in precedenza nel lessico, testimoniano la vasta conoscenza poetica di Gianmaria Ferrante, che con questa silloge combina le diverse correnti in modo da dar vita ad una poesia completamente personale e originale.

 

Il successivo volume di poesie“ La Città Bianca “, pubblicato da Golden Press (Genova) a fine 2010, rappresenta un passo ulteriore verso l’affinamento della capacità tecnica di trasporre cultura e immagini in sintesi letteraria stilizzata.

 La “ Città Bianca “ viene in seguito tradotta in Inglese da Peter De Ville e pubblicata da Golden Press  in edizione bilingue internazionale con testo a fronte Italiano.

L’Editore indica in “La Città Bianca”...un limpido esempio di opera letteraria in poesia. Non una raccolta, in quanto evidenzia una, seppur complessa ed articolata, unità tematica mai disgiunta da un altrettanto compatto timbro espressivo. Lo sfondo di una città scenograficamente perfetta e compiuta, allusione ad un luogo costantemente terreno e mentale nel contempo, tratteggia atmosfere rarefatte, in cui suoni e colori, implosivi e carichi di tensione, sembrano sempre sul punto di rivelarsi nelle proprie peculiarità assolute, nelle significazioni universali, ora rivolte all’umanità ora alla natura.

La sinestesia, nel dettato lirico di Ferrante, è padrona incontrastata e sublime di versicoli nervosi, ardenti, intensi, in cui è una parola guida, per ciascuno di essi, a riempire la misura, e nel contempo a dettare il rigore di un ritmo continuo e gradevole, scorrevole come un palpito disteso. Altrove le immagini si fanno inquietanti, repentinamente orride, di un’allusività proteiforme che tira dietro di sé una catena pressoché infinita di simboli.. .

L’ossimoro, logico più che semantico, dell’accostamento morte-seno ( in Il cantore della morte ) ritorna in diversi momenti creando un luminoso attrito di emozioni che non accenna mai a tentare di risolvere la dicotomia tra bene e male; essi infatti appaiono come essenze compenetrate, privi di stacchi o di confini che il lettore cercherà inutilmente, scoprendo con piacere l’astensione del poeta da qualunque nota, o formula, riduttivamente risolutiva.

Le dimensioni oniriche, fortemente pittoriche e cariche di allegorie pluricefale, avvolgono il lettore in un dedalo di immagini la cui crudezza è alimentata da un consapevole fonosimbolismo; omoteleuti e rimandi interni al significante, prevalentemente consonantici, dettano la misura angosciosa del sogno e la sua estrema componente visiva e immaginifica…

La materia poetica è ovunque rielaborata, plasmata dal lavorio di una fucina interiore che ora compone le forme ora le osserva smarrita essa stessa, come l’animo del poeta di fronte al ruvido incanto; ferro più che pietra, sembra suggerire Ferrante, e pietra più che aria, rappresentata in genere in termini di vento e non di qualità del respiro.

Infatti anche le manifestazioni della natura possiedono la stessa cupa severità; non c’è placido abbandono nella quiete del paesaggio: albe e tramonti muovono in condizioni antropomorfe, vitalizzate da continue ed efficaci personificazioni sempre nuove, sempre insospettabili ed originali…  

La negazione  della storia, anche se l’ambiente della “Città Bianca” pare, lirica dopo lirica, farsi sempre più palpabile e reale, coincide con la negazione della narrazione; gli spunti sono ovunque uniformemente evocativi, suscitano visioni e scolpiscono immagini talmente fulminee da sovrastare, a tratti, la capacità di ricezione. Ma è un inganno, sapientemente manovrato dalla profonda interiorità dell’io poetico che sa fare del luogo specifico il non luogo del tutto, unendo il particolare all’universale.. .

 Una poesia, quella di Ferrante, che sa farsi simbolo ad ogni scelta di parola, e pertanto sottende infinite proposte di suggestione a vantaggio di un cuore profondo, che sia in grado di accoglierle non con la curiosità della ricerca di un messaggio ma con la meraviglia di un disvelamento di brandelli di assoluto.

 

 Il  volume successivo  “ Mediterranea “,  pubblicato da Golden Press nel 2011, viene presentato come un’opera dove…

 .. le figure dell’uomo e della sabbia, del falco sul campo di battaglia e del miraggio sembrano anticipare, in un ordine non immediato ma ricostruibile agevolmente, le tre sezioni della raccolta: Dieci messaggeri, Nulla resta, Tre monete. Il volume procede dall’universale al particolare, tracciando all’inizio ampi affreschi in cui la storia e lo spazio si fondono in una convergenza di destini ineluttabili per poi stringere il campo di osservazione su immagini maggiormente focalizzate e per terminare infine sui ritagli di suggestioni individuali, frammentate, minimali come l’applauso conclusivo davanti ad un palco vuoto.

L’emblema della storia si manifesta limpido fin dalla prima lirica… il Mediterraneo, vero protagonista dell’opera, pare essere il costante punto d’approdo dei vicoli della storia, in un percorso che talvolta si indovina orientato da Nord a Sud, sia nel riferimento ricorrente alla figura dell’imperatore “ Svevo “ per eccellenza ma anche velato negli accenni ad Alessandro Magno. Una civiltà antica riaffiora prepotente dalle immagini create, ed è ovunque storia del Mediterraneo, consapevolezza interiore di un tempo assoluto, che ripercorre nelle immagini fisse ( baluginanti al sole di una sorta di estate perenne ) i movimenti degli dei e degli eroi di una Magna Grecia di quando in quando reale e palpabile o simbolica, metaforica e matomorfica.

La minaccia aleggiante è infatti un ritorno, solenne e definitivo più che ciclico, della storia, come se nel passaggio fossero rimaste impresse le immagini di guerrieri pronti a rivitalizzarsi, a riprendere forma e movimento, armi e crudeltà, allo scopo di tracciare ancora le linee universali dei destini, tra silenzi e frastuono, tra rumor di spade e cingoli d’acciaio. Il tessuto immaginifico del paesaggio è punteggiato da riferimenti precisi incastonati con sorprendente attenzione alle simmetrie; per un certo numero di segmenti del canzoniere, ciascuna lirica possiede un’anima che si chiama Pollino, Aspromonte, Sila, Salento, Murge, Gargano, o ancora Siracusa, Taranto, Ostuni, Sibari e poi gli squarci su Adriatico, Jonio ed Egeo ma anche Mesopotamia, Libia e Libano per chiudersi idealmente su Dalmazia e Montenegro. E’ la poesia a cogliere gli aspetti più profondi e misteriosi che nessuna guida, o indicazione di depliant, potrà mai fornire al “ turista “: la restituzione di immagini e suoni profondi del passato, non per far vivere ma per lasciar “ vivere “ ciò che è e sarà sempre…

L’attenzione metrico-ritmica di Ferrante è perfettamente accordata all’aulicità dei temi trattati e delle attentissime, quasi maniacali, scelte lessicali di cui il poeta veste con sapienza l’andamento monofonico e di squisita musicalità interiore del suo verseggiare; le parole si rincorrono, si attraggono, vibrano per simpatia… e di esse colpisce efficacemente soprattutto la misura estrema delle scelte riferite ai pesi: mai sovrabbondanti, mai di semplice appoggio o di transito…La giostra dei rimandi fonici accresce ovunque la tensione espressiva…anche nei prevalenti distici conclusivi di ciascun segmento lirico…. ora gradevoli ed ora potentemente stridenti dai brevi versi tagliati, a vantaggio di un andamento che risulta solo graficamente sottile, quanto al contrario propone un respiro ampio e avvolgente alla lettura.

Mediterranea “ è stato tradotto in Inglese da Peter De Ville e pubblicato da Golden Press nel 2011 in edizione bilingue internazionale con testo a fronte Italiano.

 

A fine 2011 “ Metropolis “ , viene stampato da Golden Press   e la sua traduzione in Inglese, con testo a fronte in Italiano, nel mese di Aprile 2012.

Estratti dalla prefazione.

Ferrante ha già affrontato, in alcune delle sue raccolte più recenti, il tema della città, ma non a caso in La città bianca e Mediterranea, pur nel contrasto di appunti problematici e nella forte presenza di figure umbratili ed orfiche, lasciava scorgere in filigrana riferimenti ad un’armonia delle linee propria delle civiltà classiche, ovvero di un mondo compiuto, riuscito, preciso; abbondavano in quel caso, come è giusto, gli eroi, i guerrieri illuminati da una forte luce solare, impreziositi dal barbaglio rilucente di armi ed armature: il paesaggio di sfondo era chiaro, pareti bianche di calce battute dal vento del mare e città del Mediterraneo, richiami epici ad un mito perenne.

In questo Metropolis il referente storico è indubbiamente il medioevo, come magazzino di risulta di un’umanità in decadenza, che vive una regressione destinata probabilmente a durare secoli come l’altra che già si è conosciuta.

Il richiamo alla pestilenza dell’incipit è un segnale di questo nuovo medioevo misurabile in tanti degli atteggiamenti che assume l’uomo del nostro tempo, oltre che nelle fastose ed inquietanti presenze di scenografie ed oggetti che si possono agevolmente far combaciare ad altrettanti corrispondenti effetti di derivazione medievale. Tutto ciò è maggiormente impressionante quanto più l’emergenza di linee urbanistiche e figure umane ci consente di sostituire, senza grandi stravolgimenti, al concetto di borgo quello di metropoli contemporanea.

Nelle liriche colpiscono in numerose occasioni immagini fortemente icastiche, con un’insistenza che l’autore dimostra di dedicare in particolare ai dati fotografici orridi, sottolineando istantanee dell’orrore visitato a spezzoni, a schegge, a lampi, come nell’attualissima danza macabra di “Cento volti”. La novità del “monaco cittadino” chiarisce, laddove ce ne fosse bisogno, lo splendore del tema affrontato e, va detto, seguito e rispettato con una diligenza ammirevole e non comune nell’attività dei poeti d’oggi; non una sola delle poesie contenute in questa raccolta potrebbe, a mio avviso, figurare agevolmente anche in altre raccolte.

Il parallelo tra il medioevo propriamente detto, quello curtense, e il medioevo metropolitano moderno, cioè delle metropoli, si fa evidente anche nella commistione fra manifestazioni di popolo antiche e attuali, in un gioco volutamente allusivo e sognante, di sovrapposizione, di dissolvenza incrociata tra la naturale rappresentazione immaginifica del centro urbano medievale e la puntualizzazione di carattere attuale.

 Eppure Ferrante va oltre e lo fa con la lama affilatissima dell’osservatore perfetto. Non basta infatti paragonare la nostra metropoli al borgo medievale pensando di riferirci solo ad accidenti esterni, rovelli da storiografo e diletti da umanista curioso che guarda alla superficie delle cose per compilare il suo bel temino; Ferrante ci getta, con scientifica volontà di poeta (penso a Jacopone da Todi), nello strapiombo dello sconforto quando ci mostra ciò che siamo di effettivamente medievale: è il riferimento all’inquietante e tragica descrizione impietosa dello spuntino del terziario a mezzogiorno, in uno spersonalizzato self service, dove “gli uomini macchina” del terzo millennio entrano nella storia con la medesima dose di dignità con cui, prima del mille, una torma affamata di pezzenti veniva avviata al grande business delle crociate.  

Naturalmente Ferrante, che è poeta raffinato, non si lascia trascinare dalle sue medesime intuizioni nel gioco al massacro della critica sociologica: si limita al contrario a tratteggiare, abbozzando l’intuizione e abbandonandola subito, lasciandola giustamente cadere nel calderone delle riflessioni del lettore, in quanto la sua poesia, raggiunto il culmine della corrente emotiva che voleva creare, sperde il suono e cessa, dissolvendosi. È come se volessero ricordarci proprio questo i numerosi senzatetto che popolano Metropolis, in cui la forza visiva di alcuni versi ha il piglio pittorico di un’interpretazione su tela, a strappo, a macchia violenta di colore.    

A proposito del lessico, quello scelto da Ferrante è senza dubbio allusivo e talvolta addirittura beffardo: “crollano / cifre enormi / dagli orizzonti /finanziari”; la Borsa, la Stampa e la Banca diventano quasi nuove tessere di moderni Tarocchi, mentre altri punti fermi del medioevo vero si dimostrano immutabili: il Duomo e la Morte.. La città talvolta è riconoscibile come Milano, ma la sua espansione concettuale a qualunque agglomerato urbano dei nostri anni è palese.

Nella sezione “Frammenti del passato”, che prosegue l’andamento sia ritmico che contenutistico della precedente “Ancora voi”, si fanno fosche e simboliche, quindi meno immediate, le appartenenze al parallelo storico scaturite dalle immagini. Il ruolo del cavaliere errante dell’epica medievale fa capolino come timido bagliore di umanità fulgida venendo attribuito, con un triste eppure delicato omaggio, ad un giovane folle. Affiorano immagini di sodali scomparsi, baluginando rare nel trambusto sordo e metallico, privo di sentimento, che tratteggia le linee del presente come in un amaro schizzo di matita, ripetuto con tratto differente ma all’infinito.

La sezione conclusiva “ Dammi il Tempo “, come la poesia che mette fine alla storia della raccolta, affidano la loro voce alla significativa preghiera del cantore. L’epica classica avrebbe dettato la necessità di inserirla nell’invocazione proemiale, ma qui siamo nel “medioevo”, quindi persino tale collocazione è perfettamente in linea con i tempi.    

                       

 Nel mese di Gennaio 2013 viene pubblicata da Golden Press la sesta raccolta di poesie “ Vento del Nord. ”  Estratti dalla prefazione.

 Corposa ed intensa opera in lirica, questo Vento del Nord di Gianmaria Ferrante raccoglie, attorno ad uno stile controllato in ogni minimo guizzo espressivo, una tensione emotiva e affabulante di straordinario spessore.

La prima sezione avanza arrembante, nei suoi agili e filiformi componimenti, profilandosi come la più inquieta ed inquietante. Pervasa da atmosfere gelide e arricchita di particolari fulminei, osservati con la cura di un intreccio di simboli, di rimandi tanto interiori quanto universali, di situazioni e dimensioni oniriche, di pensiero e di incubo, di vertigine e pathos, assorbe una quantità indicibile di emozioni forti, di autentici pugni allo stomaco per l’icasticità dei fotogrammi di cui è composta.

Il portato squisitamente poetico poggia su un’architettura solenne di raffinate allitterazioni, risonanti e gorgoglianti nella loro fuga consonantica, di accozzi e stridi, sfrigolii ed attriti semantici. Risulta fascinosamente cupa l’atmosfera dello “Specchio d’argento”, confine del tempo, segnale di ogni possibile storia che leghi un prima ad un dopo senza troppe illusioni su un’eventuale progressione in positivo. Lo scenario si presenta infatti sapidamente lugubre, di una compattezza espositiva quasi maniacale, poiché insistita nell’impietosa osservazione del rovescio, di qualunque gesto spinto all’estremo delle sue conseguenze esistenziali; un gesto ovunque stagliato nel gelo dell’assoluto, forte di una presenza puntuale dell’orrore realistico, che a tratti si avvale di improvvise comparse, di maschere fredde, ferocemente consapevoli del proprio effetto straniante.  

Ma sono soprattutto gli oggetti disseminati nei versi-parole ad imprimere nel respiro della lettura le più orride immagini: il vitello sgozzato, la maschera di ferro, le pietre dei muri, i viandanti, i cavalieri e i cavalli; figure senza tempo, emergenze del passato, gruppi marmorei con la loro evanescente pesantezza di statue. E poi le violenze, il sangue, gli stupri. Rarissimi i momenti di abbandono estatico, garantiti soprattutto da presenze femminili o da incanti in cui il paesaggio (in questo caso le Murge) traluce e trionfa. Si tratta di sporadiche anticipazioni delle aperture contenute nelle sezioni successive, alle quali sembrano rimandare, in maniera silente ed allusiva, pur senza perdere il ritmo di una folla ossessionante di presenze angoscianti, di parvenze in chiaro-scuri polverosi, di emergenze psichiche.

La sezione a titolo “ La mia valle “  scava nei reconditi anfratti di un rapporto esclusivo con la natura, in particolare quella dell’Alta Val Seriana, nelle Prealpi Orobiche. Qui a campeggiare sono memorie mitizzate di un’infanzia che attribuisce valore, e vigore, sognante e misterioso a tutta una serie di legami esclusivi con il paesaggio e con le sue figure di riferimento. Gli animali stessi assumono significati profondi e arricchiscono la schiera gloriosa di personaggi simbolici, di luoghi, angoli, pietre, percorsi montani.

“ Un sentiero “  sposta il raggio di osservazione su scenari prevalentemente marini e campestri, più chiari nella scelta delle tinte e decisamente più distensivi nei contenuti, benché non venga mai meno la tensione robusta dei versi che proseguono uniformemente l’impostazione stilistica iniziale dell’intera opera.

La chiusa è affidata a grandi canti d’amore… Si stempera nel finale, in qualche modo gioiosamente, la ruvidezza che aveva aperto questo eccellente volume poetico di Ferrante, con velato riferimento, già avvertito nella precisa tripartizione, al modello classico della comoedia.

Nel mese di Maggio 2013  esce l’edizione internazionale bilingue di “ Vento del Nord ,  tradotta in Inglese da Peter De Ville, con testo a fronte Italiano.

 

Nel mese di Giugno 2013 viene pubblicato da Golden Press " Il Cerchio Magico "

Estratti dalla prefazione di Alessandro Mancuso.

Gli archetipi tragici della storia affollano, come ossessioni cicliche, insistenti, i versicoli agili, frenetici, rigorosamente disposti in esili strofe filanti, liricamente verticali che compongono e caratterizzano la presente opera poetica di Ferrante. Tale proterva insistenza si scopre ampiamente annunciata, nel suo carattere istintivamente ed inesorabilmente spietato, dai titoli delle sezioni di questo Cerchio magico; vale a dire Corvi e Falchi rotti. Il rapace, che sia mero latore di ataviche sventure o predatore scientifico di straordinaria perfezione esecutiva, cava gli occhi alle sue vittime, infligge tormenti, rivola e ritorna senza lasciare scampo…

…gli scenari che la parola di Ferrante ricrea con stupefacente lucidità visionaria, appaiono sovrapponibili, intercambiabili in una natura offesa e nobilitata nel contempo, dove il sangue e la terra si fondono insieme a restituire frammenti di presenze oscure, di anime e corpi palpitanti emersi dall’abisso, dalla corsa impazzita della storia che si situa in un “ sempre “ ed “ ovunque “ vertiginoso e labirintico, che stordisce,  ferisce, abbatte per poi far le viste di scomparire stemperato ora in un cielo plumbeo, ora nelle meraviglie di un tramonto rossastro che incendia l’aria. Tuttavia il mare non è un mare qualunque ma è l’Adriatico, porta della storia, sentiero aperto sull’oriente e passaggio segreto e tragico verso un medioevo universale.

A popolare un’atmosfera a tal punto rarefatta ed evocativa sono i fantasmi, i burattini, i pupazzi assurti al rango di totem transitori di una o più vite passate, di guerre eterne, pronte a riesplodere in un attimo nei luoghi trasformati dal tempo, quali attori e vittime di un maleficio che li spinge a ripetere imprese, a fermare le azioni più truci in un momento che si protrae all’infinito, che può avvenire in qualunque istante per poi svanire disciolto nelle pieghe della terra.

Anche l’amore è in balia del vortice epico di violenza e coraggio che Ferrante formula con studiatissima scelta di suoni e significati delle parole.

L’arco, il cerchio, il semicerchio, la mezzaluna, la scimitarra insieme ad una ricca scelta di altri simboli che richiamano forme e geometrie perfettamente collegate e collegabili, tradiscono con allusioni profonde la ciclicità delle immagini e delle emersioni del pensiero che fanno degli scenari di Ferrante la sublime malìa della creazione di un palcoscenico splendidamente mostruoso.

 

Nel mese di Luglio 2013 viene pubblicato da BOOKSPRINT il secondo romanzo “ Un uomo di successo “

In questo “ Un uomo di successo“  il lettore viene direttamente proiettato nel periodo della contestazione degli anni 70 fino alla lotta armata che tanti lutti provocò alla Nazione. Il protagonista, un arredatore inserito negli ambienti bene di Milano, ma con natali umili e sconosciuti, temprato da una infanzia solitaria e dura, decide appena in tempo ( siamo nel 1973 ) di estraniarsi dagli scontri che stavano ribaltando Milano e osservare dall’esterno il precipitare degli avvenimenti. Anche nel suo ambiente dorato si avvertono  pesanti scricchiolii ai rivolgimenti in corso che sapranno rimettere in discussione tutti i valori della società, fino a quei giorni considerati inattaccabili e non modificabili. Un velo sottile d’ironia avvolge le donne e gli uomini che si alternano alla sua conoscenza, inclusi i gruppi pensanti, i crocchi pseudo intelligenti, le magrone intellettuali, le passionarie delle assemblee, le matrone da salotto. Affiorano in seguito le impressionanti figure di un gruppo nullafacente a zonzo per Milano, una madre con un figlio morto di stenti e una bambola nella carrozzella, il tutto squarciato da ricordi, sensazioni, cicatrici di  un’infanzia solitaria che bussa regolarmente ai suoi confini e lo costringe a un’opera di revisione rispetto a quanto volutamente sepolto. Il ritorno alla ricerca del padre sugli splendidi colli di Bergamo, descritto con accentuato lirismo e notevole efficacia, di quella figura artistica e riservata a lui completamente sconosciuta, lascerà un segno indelebile nell’animo di Carlo. L’amicizia con una ragazza pulita, che si trasformerà in presenza indispensabile e poi in una preziosa sorgente d’amore, unitamente alla decisione di non farsi coinvolgere  dal gorgo della violenza, conducono il protagonista al distacco finale da un’esistenza focalizzata al solo raggiungimento del successo materiale,  fine a se stessa, al superamento del trauma fagocitante quando da ragazzo giunse in  Milano e si accodò a un gruppo di barboni, avvicinandolo poi a un genere di vita completamente diverso, in simbiosi con le meraviglie della natura. Di questo romanzo assumono contorni indelebili e vita propria mantenute annoiate, cagnolini da salotto, ironiche scene da letto, approcci di personaggi patetici, artisti fasulli, drogati senza futuro, randagi di periferia, gasometri, il tutto alternato a momenti puramente estetici, tramonti fissati in quadri impressionistici, precipizi terribili, cascate magiche, il rifugio incontaminato dove il protagonista alla fine si ritira. Le conseguenti riflessioni provocate nel lettore pongono all’attenzione dei più sensibili domande fondamentali sul perché dell’esistenza, i fondamenti della vita, le deviazioni fagocitanti capaci di influire negativamente sui destini delle umane genti.

 

Nel mese di Marzo 2014 esce in stampa il libro dal titolo " Notte a Teatro "

Dalla prefazione di Alessandro Mancuso. 

Il santuario dell’immaginifico e del metamorfico, la potenza espressiva di analogie  continue, affollate di emersioni inconsce ed oniriche ed infine l’universale adattamento figurale di allegorie di grande impatto espressionistico, ravvivano questo racconto di racconti, questa pièce che muove da un punto di vista lirico adoperando, con gusto ed efficacia, i materiali dell’epica e del mito.

Ferrante lascia piovere, nell’abbacinante pregio di quest’opera che cattura la pancia del lettore, un diluvio di immagini, personaggi, colori e suoni  ovunque semantizzati, raccolti attorno alle valenze intrinseche della propria natura e alludenti con insistenza alla dimensione tragica, ancestrale, archetipica a cui fanno riferimento, o da cui provengono, con la naturalezza improvvisa della loro presenza, del loro ingresso in scena.

Di uno spettacolo, si tratta. Un anfiteatro allestito misteriosamente in un bosco millenario, nel corso di una notte d’agosto che emerge dal profondo; è un sondaggio d’abisso, una discesa agli inferi del nostro sentire, della percezione del tempo, della storia e delle sue simbologie. L’andamento metrico è ostentatamente ripetitivo e giocato su tre movimenti per ciascun frammento: un versicolo iniziale, una terzina (quartina talvolta) e un versicolo conclusivo, tutti legati da un unico movimento sintattico, poggiante su una prosa asciutta e priva di solecismi. La limpidezza del dettato non necessita, infatti, di sconvolgimenti del periodo; a far vibrare il tutto in maniera inconsueta e ipnotica ci pensano le figure create, vive e corpose, agite puntualmente su accostamenti di sostantivo e aggettivo, ora naturali e prevedibili, ora sconvolgenti e inusueti.

La rappresentazione assume da subito la duplice natura dell’epifania e della celebrazione misterica: ora richiama al rito, ora al sabba, ora al metateatro dove il racconto dell’attore dilegua in manifestazione del sé e proposizione dell’immanenza, con sovrapposizione costante dei piani logico-cronologici in una condizione temporale ed esistenziale assoluta. Gli elementi scenici naturali – la pietra, il legno antico degli alberi, la creta, il marmo, il fango, la melma – sfumano stridenti nella natura stessa degli attori, nella loro presenza di esseri in movimento e nella loro contemporanea fissità di statue.

Gli ingressi in scena sono improvvisi come improvvise le formulazioni della fissità successiva, o mai abbandonata in una sorta di realtà parallela, che inchioda i movimenti in prosopopee fulminanti, di insistita forza evocativa. Allora vediamo comparire un porco vestito da uomo, un soggetto eretistico, una vedova nera attribuendo a ciascuno di essi la nostra necessità percettiva in un avvitamento, salutare, delle immagini che scorrono cariche di un allegorismo di tipo marcatamente pittorico. Guerrieri e destrieri fanno la loro fugace comparsa lasciando solo il segno pallido di uno scontro bellico sulle rive del Metaponto; così la figura ipertrofica con bocca di baldracca, la scrofa, e la maga, e il furetto, e i gatti zoppi che miagolano in falsetto, corrodono di segni armoniosamente contrastanti l’apparente linearità di una notte che viene definita solo ambigua ma contiene indicazioni ben più pregnanti della semplice ambiguità.

Ferrante gioca, abile e sapiente, con gli strumenti del suono, frequentando, qui molto più che altrove nella sua opera, i giochi di accostamento fonetico rispetto al materiale onomatopeico. I versi risuonano ovunque misurati e densi, non conoscono la secchezza della parola che si limita a dire ma non si perdono mai nella ridondanza eccessiva di un effetto prolungato, di una facile eco.

A dar corpo all’ atmosfera allestita per questa storia, le tre sezioni in cui essa è suddivisa: “Il Raduno”, “Fuoco bianco”, “L’Oro del mattino”. La gradazione della luce, passando dal tetro buio notturno all’ incendio purificatore ma algido del mattino, accede alle dorature del giorno in cui si risolve ciò che è possibile, svanisce qualcosa del fervore cupo manifestatosi nell’ ombra della notte e la vicenda si dissolve felicemente nell’ accoglienza di immagini femminili splendenti e in qualche modo salvifiche.

Nel mese di Febbraio 2015 esce in stampa il libro dal titolo " I Cavalieri di Groen ".

Estratti dalla prefazione di Alessandro Mancuso.

Una storia evocata a livello di simboli in numerosi richiami di grande fascino, dalle antiche strade di un medioevo di maniera, quasi archetipo del rapporto dell'esistenza in funzione del tempo che la accoglie e la nutre, ai sacrilegi di sapore barbaro che spazzano via con inaudita e compiaciuta violenza ogni scheggia di armonia classicheggiante, ogni forma lucidamente pagana, in cui il tempo è costantemente centrifugato e cortocircuitato,dissolto, in assalti, agguati, rapine ed esecuzioni.

Risaltano, certamente, i cavalieri con i loro " labari-vessilli-stendardi ", e poi gli armigeri, gli inquisitori, le meretrici e molti altri, ma l'idea che si percepisce è che nessuno di essi valga autonomamente, o possieda la determinazione caratterizzante di un ruolo riconoscibile; sono segnacoli, pedine abbozzate di una scacchiera cangiante ed in continua evoluzione-involuzione.

La poesia di Ferrante pone senza mediazione il lettore di fronte ad immagini di ecatombale efficacia, quasi volesse puntare l'accanto sui lacerti sanguinolenti di un'umanità al termine del mondo, della storia, della fase di passaggio, evocata come conclusione catartica di millennio.

Ciascuno dei componimenti si compone di due versicoli isolati, in apertura ed in clausola,  che racchiudono per lo più una terzina di ipermetri sintatticamente continui, con rare cesure intermedie, come un'esplosione da ascoltare tutta in un fiato, bilanciata tra lo spazio che la separa da un incipit breve e lo spazio successivo che prelude ad un altrettanto breve epilogo.

Colpisce, nel quadro fosco di determinazioni lessicali e di significanti solidali con l'atmosfera espressiva generale, la costante attenzione per la musicalità della parola emergente da legami allitteranti di pregevole studio costruttivo e di sorprendente resa sonora.

 

Ostuni,  13 dicembre  2015

Maggiori informazioni sui libri pubblicati successivamente, incluse le ISBN per il loro reperimento e le prefazioni integrali, possono essere visionate nel sito personale dell’Autore  www.gianmariaferrantescrittore.it oppure su: www.ipoderidelsole.it

YouTube Gianmaria Ferrante


 VOLUMI PUBBLICATI

 

 

       I Cavalieri di Groen, Ed. Golden Press, Genova. ISBN 978-88-99042-09-7

       Notte a Teatro, Ed. Golden Press, Genova, ISBN 978-88-89558-97-3

  • Un uomo di successo, Ed. Book Sprint, Salerno, ( romanzo ) ISBN 978-88-6823-4799 , anche come e-book.
  • Vento del Nord International Edition, Ed. Golden Press, Genova

                    ISBN 978-88-89558-91-1

               ISBN 978-88-89558-82-9; 

             ISBN 978-88-89558-67-6;

             ISBN 978-88-89558-70-6;