Tutto, nella corposa lirica di Ferrante, è trasumanazione surreale ed onirica; nessun gesto, nessun movimento sembra poggiare su referenti razionali, bensì costantemente circuitati dal turbine epico ed eroico che li reinventa ad ogni passaggio, in una ferma e protesa negazione di qualsiasi indulgenza narrativa che vada oltre il frammento. Immagini orride di giostre come capestri da cui penzolano corpi come foglie divertite dal vento, e poi ruderi e vestigia del tempo sgretolate ed informi. Incontri di cani e gatti dalle movenze meccaniche e allusive, un po’ guerrieri e un po’ marionette, simboliche di miserie umane, come i graffiti inquietanti che si animano per mostrarsi sfrontati e beffardi, quasi fondamenta magmatiche dell’incubo, delle risultanze multiformi di un brandello di pensiero che si affretta a sgomberare il campo a vantaggio di altri brandelli che lo sovrastino al più presto.

Le immagini sono compiaciutamente degradate, infime, disarticolate e fredde, dalle voci e dai grugniti senza eco; è così per gli uccelli del malaugurio definitivo, per i monatti, per i rifiuti, il putridume, il fango, la notte acida, le cruente immagini di guerra e devastazione, i bagliori di specchi e le trasparenze di corpi diafani, impalpabili. Gli attacchi sono sempre imprevedibili, improvvisi, alternati a misteriosi consessi in cui ha luogo un tentativo di racconto a-temporale del tempo stesso, in cui il passato ed il nulla si caricano di valenze assolute, sottolineate dall’abbondante ricorso alle derivazioni lessemiche di termini quali “asfissia” ed “atrofia”.